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Di roccia, di sole e di vento: il mio Verdon

Verdon, una parola che evoca vuoto, vertigine, calcare perfetto, lo scendere in basso per poi risalire in alto a direzioni invertite rispetto all’alpinismo. In questo posto non esiste un ordine delle cose, qui come in pochi altri posti nel mondo l’arrampicata sportiva seppure ancora agli albori aveva conquistato una sua propria dimensione scevra da ogni vecchio fardello alpinistico diventando finalmente libera.

Un tempo luogo mitico per gli arrampicatori  degli anni 80, oggi il Verdon è forse un pò demodè ma pur sempre irresistibile per qualche giovane come Nicola che oggi ha voluto raccontarci la sua personalissima esperienza alla scoperta del mito.

Arrampicare in Verdon di Nicola Narduzzi

Qualche anno fa, quando avevo appena iniziato ad approcciarmi all’arrampicata, stavo frugando gli scaffali di un’edicola alla ricerca di riviste di montagna. La mia attenzione venne catturata dalla copertina di quella che allora era la rivista monografica per eccellenza: Alp Grandi Montagne. L’immagine non ritraeva maestose pareti di ghiaccio o ardite pareti dolomitiche, bensì un arrampicatore su un’argentea placca verticale, con alle sue spalle un fiume che scorre sinuoso. Scoprii così l’esistenza del Verdon.

Un pò di storia:

il mio verdon

L’autore in azione in Verdon

Negli anni ’80 la Francia divenne patria natale di un nuovo movimento: l’arrampicata sportiva. Una nuova generazione di arrampicatori si fece portatrice di nuovi valori: non più la cima, il rischio, l’eroismo, ormai lontani miti dell’alpinismo passato, ma bensì il movimento, il gesto dell’arrampicata su roccia. Una danza. Teatro d’elezione di questa rivoluzione furono le Gorges du Verdon, immense gole calcaree incise dall’acqua nel corso delle ere geologiche. Tra le colline della Provenza, un abisso fatto di vuoto, acqua e roccia divenne un grande laboratorio a cielo aperto del gesto verticale. Le immagini di Edlinger, Tribout, Berhault e tanti altri fecero il giro del mondo, catturando la fantasia degli arrampicatori: fuseax stravaganti, fascia tra i capelli e Supergratton ai piedi; qualche spit, giusto per non morire. Anche se, in fondo, nessuno può dimenticare le foto mozzafiato delle pazze solitare di questi visionari. Il mito era nato:  la Mecca dell’arrampicata per intere generazioni di climber di tutto il mondo!

Al giorno d’oggi il mito forse è un po’appannato, soppiantato da località più alla moda come Kalymnos, la Catalunya o San Vito lo Capo, ma nonostante ciò sa ancora regalare grandi emozioni a chi, come me, cerca nell’arrampicata non solo la bellezza del gesto ma un vero e proprio viaggio alla ricerca di sé.

il mio verdon

Finalmente fuori alla scoperta del mio Verdon!

La sveglia suona alle otto, mentre i primi, fiochi raggi di sole colpiscono la tenda. Esco e mi siedo in contemplazione. Le brume mattutine si alzano e svaniscono, mentre il sole infiamma i muri di pietra giù a La Palud. Mi guardo attorno, scruto la conca circondata da lievi ondulazioni al centro della quale sorge questo piccolo paesello di 300 anime. Mi tornano in mente i pensieri che hanno attraversato la mente appena arrivato: cosa ci faccio qui? 7 ore di macchina attraverso l’intera Pianura Padana e la Costa Azzurra, seguiti da quasi 200 km attraverso valichi, valli e paeselli sperduti in mezzo al nulla provenzale. Infine, una stretta stradina che si insinua nella parte iniziale delle gole incise dal fiume Verdon, strette ed opprimenti pareti rocciose che nulla hanno a che vedere con le muraglie tanto decantate. Tutto questo per inseguire un mito, che al momento mi rimane celato. Qui a La Palud Sur Verdon di roccia non c’è neanche l’ombra. Dove sono adesso queste pareti leggendarie? Dov’è il vuoto da capogiro?

Presa l’auto imbocchiamo la strada che sale i docili pendii verso il bordo delle gole, che fino all’ultimo si possono solo intuire. Le nuvole corrono veloci, ci avvolgono, non concedono allo sguardo di vagare. Dovremmo esserci ormai. Parcheggiamo l’auto e ci sporgiamo dalla balaustra a bordo strada. Le nuvole improvvisamente si diradano, spazzate via dal vento: Les Escalès, sublime castello roccioso, si rivela.

Adesso capisco perchè siamo qui!

il mio verdonIl fiume scorre impetuoso mezzo chilometro sotto di noi; la parete di calcare scintillante sprofonda verticale nel vuoto, dove i grifoni si esibiscono in spettacolari danze tra le correnti; l’aria è tiepida e impregnata di aromi che ricordano che in fondo il Mediterraneo non è poi così lontano. Il luogo è una magica antitesi dell’arrampicata come comunemente intesa nelle Alpi. Dalla cima ci si cala nel vuoto fino punti più o meno definiti della parete, per poi cominciare la danza a ritroso lungo le lisce placche argentee. La cima perde ogni importanza, è solo il punto di partenza. Quello che conta è l’arrampicata e in fondo arrampicare significa viaggiare. Qui il fine ultimo di tutto è il viaggio, viaggiare per perdersi e poi ritrovarsi. Il sole ancora caldo di questo inizio ottobre rende l’arrampicata un piacere infinito, anche se le nuvole che corrono veloci sopra le nostre teste indicano il temporale imminente.

verdonQui non ci sono le mezze misure: in un attimo si passa dal sole abbacinante al più violento temporale; dalla fredda nebbia mattutina, al calore del sole autunnale; dal piacere estetico della danza verticale, alla disperata ricerca di una qualsiasi rugosità che eviti un’improvvisa accelerazione verso il basso. Una scalata molto esigente, dove un sapiente uso dei piedi accompagnato a delle dita forti saprà ricompensare lo scalatore, accompagnandolo lungo un’infinita sequenza di gocce e buchi modellati dal tempo e dall’acqua.

Quindi, caro amico, cerchi un’esperienza unica d’arrampicata, lontana dai caroselli, pur piacevoli, delle località più alla moda? Cerchi un luogo lontano da tutto, dove perdere te stesso? Cerchi colori, contrasti, odori, che ti ricordino quanto sia bella e intensa la vita? Allora l’unico consiglio che posso darti è vai, calati nel vuoto e cerca la tua via per uscirne.

C’è la nebbia mattutina, il vento, il volo dei grifoni. C’è il sole e il profumo del temporale imminente. C’è la roccia e il vuoto. Tutto questo è il Verdon.

 

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