sentieri della grande guerra

Sui sentieri della Grande Guerra

Mario Peghini autore del recente libro “Itinerari al Fronte. Sui sentieri della Grande Guerra” ci regala, in questo suo articolo inedito, alcune riflessioni sul rapporto tra gli alpinisti e la grande massa dei soldati coinvolta nel primo conflitto mondiale, durante il quale famosi arrampicatori incrociarono i loro destini con migliaia di cittadini e montanari che dovettero combattere una lunga lotta per la sopravvivenza in un ambiente difficile a loro del tutto sconosciuto.

Sui sentieri della Grande Guerra di Mario Peghini

L’elenco degli artisti e intellettuali che con lo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolarono volontari nei diversi eserciti è davvero lungo. Tra questi anche Massimo Bontempelli che rimase fortemente impressionato dalla dimostrazione di ardimento messa in ‘scena’, di fronte alle trincee italiane scavate sul Jôf di Somdogna, da una pattuglia di Kaiserjäger che si andò ad annidare sulle verticali pareti del Jôf Montasio. Lo scrittore non poteva sapere che a guidare il manipolo di soldati austro-ungarici c’era il più grande conoscitore delle Alpi Giulie, lo scalatore triestino Julius Kugy, nominato, ormai quasi sessantenne, Alpenreferent dell’esercito imperiale.

L’episodio non è di certo isolato. Lungo tutto il fronte numerosi alpinisti misero a disposizione la loro esperienza e conoscenza del terreno per guidare i reparti alla conquista delle vette ritenute strategiche, basti ricordare, per tutti, la guida alpina Sepp Innerkofler, caduta sul Monte Paterno.

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Le tute bianca in marcia

Ma della grande epopea dell’alpinisno che si sviluppò influenzata dalla cultura romantica, ben poco rimase con lo scoppio del conflitto.

Nella seconda metà dell’Ottocento molte vette delle Alpi e delle Dolomiti furono raggiunte da una élites di ardimentosi giovanotti che parlavano inglese, francese o tedesco. Arrampicavano, innamorati del gesto sublime, assicurati da pesanti corde di canapa e calzando rigide “scarpette da croda“, spesso accompagnati da qualche coraggioso cacciatore locale.

Lo scoppio della Grande Guerra segnò un mutamento radicale rispetto all’epoca dell’alpinismo pioneristico.

Nel giro di pochi mesi il fronte di montagna, dallo Stelvio al Tarvisio, fu invaso da migliaia di soldati che con “l’aria sottile” non avevano di certo una grande consuetudine: “La montagna più alta che avevo mai visto con i miei occhi era quella che da bambino guardavo dalla finestra della cucina”, scrive nelle sue memorie un  soldato italiano, spedito a combattere in Friuli, proprio di fronte alle pareti sulle quali  Julius Kugy era ‘di casa’. Sulla tradotta che lo portava in guerra, attingendo alle sue letture giovanili egli immagina un mondo che sembra uscito dalla penna di Salgari, popolato “di negri, stregoni e contrabbandieri” e scosso dalle urla di “animali pericolosi come leoni, tigri, pantere, elefanti e scimmie“.

Negli eserciti in campo erano pur presenti reparti specializzati, formati da giovani provenienti dai territori di montagna, ma anche nell’immaginario di costoro gli spazi dell’altitudine erano il regno di Re Laurino e de l’om salvàrech, guardate con timore reverenziale, frequentate per campare la vita, al seguito degli armenti, non certo per diletto, più temute che ammirate.

Per quanto la propaganda avesse tentato di accreditare una narrazione bucolica della montagna, fu la stessa logica degli eserciti e la loro organizzazione a rendere ancora più esplicita l’estraneità delle grandi masse di soldati con la montagna.

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La durezza della guerra in quota

Le catene rocciose divennero un autentico cantiere. Si procedeva, esattamente come dettato dalla civiltà industriale, issando scale di ferro lungo le pareti; gettando ponti tra una guglia e l’altra, come sull’Adamello; scavando gallerie elicoidali per risalire le rocce dolomitiche, come sul Lagazuoi; plasmando i pendii a colpi di dinamite e di martelli pneumatici, come nelle Prealpi venete.

Accanto a questo sforzo compiuto per issare gli apparati di morte sulle cime, con la Grande Guerra ebbe inizio una massiccia occupazione stabile delle vette, dei crinali, delle forcelle, dei seracchi. I comandi degli eserciti in campo si adoperarono allo spasimo per garantire la permanenza di migliaia di soldati in alta quota, impegnandoli in una lotta quotidiana contro le forze della Natura, contro il freddo, le valanghe, le scariche dei fulmini. Ogni giorno colonne di alpini e di “cacciatori imperiali” risalivano i fianchi delle montagne con il loro carico di pietre, di cemento, di legname, per ampliare e rafforzare le cittadelle abbarbicate tra le rocce. Un’assalto di massa di ben diverse proporzioni rispettto al popolo elitario che animava i rifugi costruiti a cavallo tra Otto e Novecento, già in piena gara tra i diversi nazionalismi che influenzarono non poco anche  gli iscritti ai diversi Club alpini europei.

Il vuoto delle Alpi fu riempito dal grande apparato della guerra, un evento che contribuì a modificare non solo il paesaggio, ma lo stesso approccio mentale alla montagna: quando sulle vette arrivarono i cannoni, scacciarono con il loro frastuono le figure fantastiche che avevano animato le credenze, i racconti e le leggende dei montanari.

Il grande cantiere della guerra modificò radicalmente le gerarchie di accesso alla montagna: i rifornimenti di uomini, mezzi, materiali e viveri arrivavano alle stazioni ferroviarie e di qui venivano trasportati nelle vallate sui camion, utilizzando le “rotabili” rapidamente costruite lungo tutto il fronte; poi erano i muli a procedere sui i sentieri più impervi, per affidare, infine, il loro carico ad ardite teleferiche che risalivano le rocce e i ghiacciai con i carrelli pieni di munizioni fino alle prime linee, per scendere cariche di feriti.

Nell’immediato dopoguerra e durante il periodo fascista sarà questa rete di collegamenti, questa nuova viabilità a favorire i “pellegrinaggi” di massa organizzati dal Touring Club in collaborazione con la Prima Armata con lo scopo di riportare i reduci sui luoghi di combattimento, insieme alle famiglie dei caduti, alla ricerca di un indizio per dare un senso alla morte dei loro cari, per legarla, almeno, ad un luogo.

Sono le stesse strade, i sentieri e le ferrate che oggi ci consentono di attraversare il grande museo a cielo aperto costituito dal conflitto. Proprio seguendo, passo dopo passo, questa questa rete di collegamenti avremo la possibilità di immmergerci nelle bellezze della natura e, nel contempo, di comprendere come la Grande Guerra abbia cambiato per sempre la montagna: anche il nostro ‘facile’ salire, aiutati dalle infrastrutture realizzare dagli eserciti e poi riconvertite durante il boom economico, è una eredità di quella tragedia.

sentieri della Grande Guerra

La copertina del libro di Mario Peghini

Se vi interessa ripercorrere i sentieri della Grande Guerra con qualche informazione in più e soprattutto con una maggiore consapevolezza non lasciatevi scappare il libro di Mario Pegnini ” Itinerari al fronte. Sui sentieri della Grande Guerra” – 70 itinerari in montagna a piedi, in bici, con le ciaspole– editore ViviDolomiti. Tutti i percorsi contenuti in questo libro oltre ad essere corredati da schede descrittive facilmente consultabili, sono intrecciati con memorie e racconti di grande valore storico-culturale e umano.

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